La candidatura con il Pd
Così Grasso, “l’anti Ingroia”, è diventato un quasi-Ingroia
La candidatura alle elezioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si è concretizzata ieri nello spazio di un mattino. Si formalizzerà nella prima metà di gennaio col rituale nulla-osta del Csm, ma dalle prime indiscrezioni all’annuncio della conferenza stampa con Bersani sono passate meno di due ore. Tutto un altro stile dal suo ex sostituto che ancora ieri sul Fatto ribadiva nel suo diario italo-guatemalteco una volontà di impegno che ancora però tarda a ufficializzarsi.
11 AGO 20

La candidatura alle elezioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si è concretizzata ieri nello spazio di un mattino. Si formalizzerà nella prima metà di gennaio col rituale nulla-osta del Csm, ma dalle prime indiscrezioni all’annuncio della conferenza stampa con Bersani sono passate meno di due ore. Tutto un altro stile dal suo ex sostituto che ancora ieri sul Fatto ribadiva nel suo diario italo-guatemalteco una volontà di impegno che ancora però tarda a ufficializzarsi. Il contrasto fra i due candidati è pre-politico, si riassume nell’opposizione fra concretezza e inconcludenza. Nella carriera di Grasso c’è un momento chiave, quando, da giudice a latere in Corte d’assise, scrisse e firmò la sentenza che inchiodava, per la prima volta nella storia della Repubblica, i capi mafia all’ergastolo grazie al maxi-processo istruito dal pool di Falcone. Nella carriera di Ingroia c’è, più recentemente, un processo in cui sostenne la pubblica accusa contro Totò Riina, già gravato da alcuni ergastoli. L’imputato fu assolto. I due hanno convissuto nella stessa procura a Palermo quando Grasso subentrò a Caselli e Ingroia era uno dei sostituti più attivi. Dettero vita a uno scontro memorabile, a proposito della inchiesta che coinvolgeva l’allora governatore Cuffaro. Ingroia voleva imputargli il “concorso esterno” con la mafia, il più pragmatico capo dell’ufficio propendeva per una imputazione di favoreggiamento aggravato, reato più facilmente dimostrabile.
Ne derivò un conflitto tutto politico, con il potente megafono mediatico di Santoro e Travaglio che difendeva a squarciagola la tesi di Ingroia e l’immancabile Leoluca Orlando attivissimo nel dividere la sinistra, peraltro già divisa per conto suo, parlando di oscuri rapporti fra procura e politica regionale. Grasso, in sostanza, veniva accusato di voler mantenere sul suo scranno il potente Cuffaro, impedendo alla opposizione di chiederne le dimissioni sulla base di un capo di imputazione molto grave. Si scontrarono due concezioni sull’uso delle indagini giudiziarie. Se finalizzarle a un effetto politico prescindendo dal successivo esito processuale oppure puntare pragmaticamente, oltre che più correttamente, a farsi dare ragione dal giudice nella sede propria. “I processi si fanno quando si è sicuri di vincerli”, diceva Falcone. Dopo peripezie tipicamente palermitane Grasso riuscì a far prevalere la sua tesi, Cuffaro fu condannato, dovette dimettersi e ora sconta in carcere la sua pena. Con grande dignità, anche questo va detto. Proprio lo scontro sul processo a Cuffaro può servire a mostrare il senso della candidatura di Grasso con Bersani, resta da vedere se si presenterà nella lista di partito o in una “civica apparentata”. L’ipotesi è circolata perché questa estate, interpellato dai giornalisti durante le grandi manovre per le elezioni regionali siciliane, il procuratore antimafia assicurò di non avere ambizioni elettorali e in ogni caso escluse di potersi mai candidare in una lista di partito e mai prima di aver lasciato la magistratura. Per la verità ha chiesto una aspettativa, quanto alla lista vedremo.
Certo il Pd ora può schierare un valido competitore dell’onnipresente Ingroia, uno che, al contrario del pm dei due mondi, i processi li vince. Il rischio è che si riveli l’altra faccia della stessa medaglia. In un sistema dove i magistrati sono funzionari di stato, per di più dotati di speciali guarentigie, questo inevitabile duello elettorale ha qualcosa di malsano. Fossimo negli Stati Uniti andrebbe benissimo, ma il vincitore diventerebbe “general attorney” per la Sicilia, non deputato. Difficile pensare che il nodo del rapporto fra politica e giustizia possa sciogliersi a colpi di candidature parlamentari di magistrati. La primavera scorsa Grasso disse di Ingroia : “Fa politica utilizzando le sue funzioni. E’ sbagliato. Deve scegliere. Per me è tagliatissimo per la politica”. Gelido e profetico, come dargli torto ? Il guaio è che lo disse in una trasmissione radiofonica e Ingroia gli rispose il giorno dopo utilizzando lo stesso mezzo. Converrete che un paese dove un alto magistrato critica un collega intervenendo a “La Zanzara” e l’altro gli replica dai microfoni di “Un giorno da pecora” non è proprio un paese normale. E nemmeno i suoi magistrati lo sono tanto.